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Paragrafo 2 . Dalla ripresa del dialogo  ai nuovi equilibri mondiali.

     
Le  rilevantissime spese sostenute nella corsa agli armamenti e per  i
vari  impegni nelle rispettive zone di influenza cominciarono ad avere
effetti assai negativi

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sull'economia    delle   due   superpotenze.   La    situazione    era
particolarmente  grave  in  Unione  Sovietica,  che  era  arrivata   a
destinare  alle  spese  militari il 16% del proprio  prodotto  interno
lordo  e  meno  dell'1% del bilancio alla sanit:  la  produzione  era
notevolmente  calata  in tutti i settori, le strutture  industriali  e
agricole  in  gran  parte superate e la ricerca scientifica  arretrata
rispetto  a quella statunitense. Il peggioramento delle condizioni  di
vita  era testimoniato dalla diminuzione della durata media della vita
e  dall'aumento  della  mortalit infantile. Il nuovo  segretario  del
partito,  Michail  Sergeevic Gorbacv, comprese  che  il  risanamento
dell'economia  e  le riforme politiche che intendeva  realizzare,  per
svecchiare  un  sistema che mostrava preoccupanti segni di  cedimento,
non sarebbero state possibili senza una drastica riduzione delle spese
militari, da ottenere attraverso un disimpegno delle truppe sovietiche
in Asia e in Europa e con la ripresa delle trattative per la riduzione
degli armamenti.
     Gli  orientamenti  del  leader sovietico  erano  convergenti  con
quelli del presidente americano Reagan, rieletto alla Casa Bianca, che
aveva avviato una politica estera pi distensiva, allo scopo anche  di
ridurre il pesantissimo deficit pubblico. Nel 1987 i due capi di stato
firmarono  il  trattato  di Washington, che sanc  l'eliminazione  dei
missili  a medio raggio dall'Europa. Negli anni successivi, mentre  le
truppe  sovietiche venivano ritirate prima dall'Afghanistan e poi  dai
paesi dell'Europa orientale, proseguirono le trattative tra Gorbacv e
il  nuovo  presidente  degli Stati Uniti George Bush  sulla  riduzione
delle armi convenzionali e degli arsenali nucleari.
     Tra  il 1989 e il 1991 il crollo dei regimi comunisti nell'Europa
orientale,  con la conseguente disgregazione del Patto di Varsavia,  e
successivamente la dissoluzione dell'Unione Sovietica hanno posto fine
alla   contrapposizione  tra  le  due  superpotenze,  ma  hanno  fatto
insorgere  nuovi  e pi complessi problemi. La fine  del  bipolarismo,
infatti,  non   stata seguita dall'avvio di un nuovo ordine  mondiale
pi  stabile  e pi pacifico. Il pericoloso confronto tra  la  potenza
militare statunitense e quella sovietica  definitivamente cessato, ma
non  meno preoccupanti focolai di guerra restano accesi in varie parti
del  pianeta:  solo  in 30 dei circa 200 stati mondiali  non  esistono
conflitti interni. Nel frattempo cresce il divario tra paesi poveri  e
paesi ricchi, alimentando un imponente flusso migratorio dai primi  ai
secondi; nella societ multietnica che si va cos formando stentano ad
affermarsi  i valori della solidariet e del rispetto tra  le  diverse
culture, essenziali per la stabilit e per la pace.
     La  questione  della  limitazione degli armamenti  infine  non  
apparsa  del  tutto  risolta.  Dati i  difficoltosi  rapporti  tra  le
repubbliche  ex  sovietiche,    insorto  il  problema  dell'effettivo
controllo degli arsenali nucleari dell'ex URSS. Nel 1993 il presidente
americano  George Bush e quello russo Boris Nikolaevic  Eltsin  hanno
siglato  il  trattato  START 2 (Strategic Arms Reduction  Talks),  che
prevede  una  forte riduzione delle testate nucleari  entro  il  2003;
riduzione  dunque, non eliminazione, il che significa che americani  e
russi continueranno a detenere ordigni atomici in grado di distruggere
ben  pi  di  un pianeta. La proliferazione nucleare poi non    stata
arrestata; molti paesi sono in grado di costruire armi nucleari, anche
perch  le conoscenze tecniche e i materiali necessari sono facilmente
reperibili sul mercato nero internazionale. Si deve infine considerare
che  non  esiste  un  impegno unanime per il disarmo  da  parte  delle
maggiori  potenze  nucleari (USA, Russia,  Francia,  Gran  Bretagna  e
Cina); alcune, ad esempio, non sono d'accordo sulla messa al
     
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     bando  totale degli esperimenti; tra queste la Francia, che  fino
al  1996  ha fatto esplodere alcuni ordigni nucleari di varia  potenza
nell'atollo di Mururoa, nella Polinesia francese.
